Analisi Serie A: Perché Non Sforniamo Più Difensori Forti?

Gli svarioni recenti del centrale della Roma e del capitano dell’Inter ci confermano una tendenza preoccupante: i difensori italiani non sanno più difendere.

difenosri italiani scarsi

Attraverso il parere dell’ex terzino della Grande Inter analizziamo le difficoltà della nostra scuola in un ruolo che ci vedeva maestri: “A livello giovanile si trascurano aspetti fondamentali. Il modello da seguire? Barzagli”.

L’Italia dei difensori non esiste più. Per indagare le ragioni della crisi del nostro calcio non possiamo che partire da un dato sconcertante: quel primato che per anni ci ha permesso di trionfare in giro per il mondo, di imporre una filosofia, di creare seguaci, di essere presi a modello e di vincere quattro Mondiali non ci appartiene più. Nella rosa dei 20 migliori difensori al mondo, recentemente stilata dalla FifPro (il sindacato internazionale dei calciatori) e dalla FIFA, in mezzo ai vari Godin, Hummels, Lahm e Sergio Ramos, non figura nemmeno un calciatore italiano. E il dato non ci sorprende per niente, riflettendo sull’involuzione di alcuni interpreti, qualche anno fa indicati come migliori prospetti, da Ranocchia ad Astori. La speranza è che ragazzi come Rugani e Romagnoli non si rivelino altre promesse non mantenute.

Cannavaro, Maldini, Baresi, Nesta, Scirea, Picchi, Bergomi, Gentile: questi sono solo alcuni – la lista di centrali è lunga – di quegli esempi di leadership che si contrappongono alla fragilità attuale. E se c’è un ex difensore per il quale il termine fragilità risulta addirittura ossimorico, questi è Tarcisio Burgnich, pilastro della Grande Inter di Helenio Herrera e soprannominato “Roccia” dal capitano Armando Picchi che, dopo aver visto il suo ex compagno di squadra, Carlo Novelli, a terra, devastato dopo uno scontro con il nativo di Ruda in un’Inter-Spal, gli disse: “Non dirmi niente, ti capisco. Ti sei scontrato con una roccia”. “Furlan” tutto d’un pezzo, Burgnich, che nella Beneamata giocò dal 1962 al 1974 conquistando quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali (e in Nazionale l’Europeo del 1968), prima di concludere la carriera da calciatore al Napoli e di dedicarsi a quella da allenatore, ci aiuta a comprendere le cause di questa fase di regresso.

Perché in Italia non riusciamo più a formare grandi difensori?

“In Italia siamo rimasti senza difensori perché manca l’insegnamento a livello giovanile. Un tempo, l’allenatore o il suo secondo prendeva singolarmente il ragazzo e lo sottoponeva a esercizi mirati e studiati con cura per imparare la marcatura. Ora nelle scuole calcio ci si basa quasi esclusivamente sulla corsa e sul fisico. Non c’è più questo tipo di studio”.

Può essere anche una questione di approccio psicologico?

“Assolutamente sì. L’umiltà e la concentrazione sono imprescindibili in questo ruolo: un centrocampista e un attaccante possono essere liberi di tirar fuori il loro estro, ma un difensore no. E’ un ruolo fatto di regole da rispettare scrupolosamente. Un altro aspetto che si sta via via perdendo è il senso della posizione che i nostri giovani non hanno più”.

Attualmente quale giocatore può essere preso a modello per le nuove leve?

“Barzagli. Nel nostro campionato ci sono dei bravi interpreti, ma nessuno è in grado di fare la differenza. Il difensore bianconero ha le caratteristiche della vecchia scuola italiana. Inoltre, oggi un centrale è invogliato dall’idea di salire e di fare gol dimenticandosi che la prima cosa che conta è non prenderne. Infatti, la Juventus, che ha la miglior difesa e continua a vincere il campionato, ne è la dimostrazione”.

Conte quindi deve essere ragionevolmente preoccupato?

“Il ct della Nazionale riesce a ottenere quello che vuole dai suoi calciatori perché sa come ‘bastonarli’ insegnando loro a essere umili e concentrati. Zeman, invece, è una persona da ammirare per il suo coraggio, ma una squadra può cercare di imporre il proprio gioco anche senza tralasciare la fase difensiva. I migliori risultati li ha raggiunti a Foggia, per il resto ha sempre fatto fatica”.

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